Pubblichiamo in questa sezione i diari delle persone che hanno aderito all'iniziativa "sinto per un giorno" trascorrendo una notte in una microarea:

Una notte dopo l'altra, ogni sera un gruppo di persone sono ospiti dei nostri amici sinti. Ogni sera cenano assieme, discutono. Vengono catapultati in un mondo che fino al giorno prima era da loro distante anni luce. Distante anni luce dal confort delle nostre case, dalle nostre sicurezze. Il giorno dopo scrivono quello che hanno vissuto e cercano di trasmetterlo agli altri. Leggendoli si trova la testimonianza di un diritto negato ma anche di un'unicità culturale che ancora resiste. Nonostante tutto.

diario I della notte 16 novembre

Anch’io Sinta per un giorno

 

Care trentine e cari trentini,

 

dopo la notte passata nell’area dove A. E. e la sua famiglia vivono de straforo da alcuni anni, mentre tornavo a casa corroborata dal buon caffè caldo e molto zuccherato - inevitabile segno dell’ospitalità sinta - ho sentito una sottile nostalgia unita al desiderio, anzi alla necessità, di condividere tutto quanto ho imparato da questa esperienza comunitaria, durata dieci intensi giorni (http://sintoperungiorno.jimdo.com).        

Ed eccomi qui.

Chi sono i maestri di questa esperienza? I Sinti, sì proprio i zingheni. La lezione ricevuta la chiamerei una lezione di umanità, ma anche di trentinità.

Nella nostra città, da oltre cinquecento anni, è presente con noi un popolo, che si sente a tutti gli effetti trentino e stenta a capire il nostro rifiuto verso di loro.

 

Il primo passo per incontrarli è stato uscire dalla cieca blindatura del pregiudizio e, accompagnati da Elena, Alessandro e Osvaldo, che da anni sono loro amici, conoscerli. Cosa che auguro a tutti!

Le materie principali sono state le seguenti.

Appartenenza. I Sinti non hanno paura di insegnare ai loro numerosi figli e nipoti la propria lingua, la propria musica, esuberante e collettiva, le proprie tradizioni, di cui ci hanno dato uno splendido saggio attorno ad un lungo tavolo che occupa quasi per intero il gazebo antistante la roulotte. Eppure quante volte ci hanno sottolineato, con tono acceso, la loro appartenenza a Trento e all’Italia Forse noi abbiamo paura dei Sinti – a detta loro solo da una trentina d’anni a questa parte – perché non siamo più capaci di sapere bene chi siamo e di trasmetterlo. Ho imparato che un modo efficace di solidificare questa nostra società liquida è conoscere bene la propria storia, esserne cosciente, difenderla e, senza camuffarti in altro che non sei, cercare il rapporto con chi è diverso da te.

Legalità. I Sinti coltivano uno spiccato senso di legalità, sconosciuto ai più nel mondo dei Gagi (i-non-Sinti). Per esempio, ci hanno sciorinato molte soluzioni possibili per le microaree attrezzate previste dalla legge e non ancora attuate dai comuni per paura delle reazioni di noi Trentini. Tutte quelle soluzioni prevedono una sentita (pensate un po’ nel paese della evasione più diffusa!) e immediata volontà di pagamento delle tasse corrispondenti. E poi non hanno voluto che da parte nostra si usassero toni impropri o provocazioni in questa campagna accanto a loro: “Non vogliamo mettere in difficoltà nessuno o compromettere il dialogo con le istituzioni.”

Libertà. I Sinti considerano la libertà il pilastro della vita, “solo con Lei la vita è felice, per Lei ogni giorno il Sinto deve potersi rimettere a camminare”. Una libertà non come la intendiamo noi, solitaria ed individualista, ma che lascia lo spazio alla fedeltà, alla generazione, alla parentela fino ai gradi più lontani, si associa alla coltivazione della sobrietà e dell’arte. Libertà che soffre se diventa, anche per la nostra insensibilità, miseria.

Se i pilastri della società moderna sono tre, accanto a loro che coltivano la libertà, riconoscono, con la loro ospitalità e l’abitudine al mutuo aiuto, la fraternità, allora tocca a noi - come giustamente ha sottolineato Cristian, amico quattordicenne di questa avventura di convivenza - restituire loro, Costituzione alla mano articolo 3, tutto ciò che riguarda l’uguaglianza.

Su, Trentine e Trentini, facciamoci sentire coraggiosamente!

 

Lucia Fronza Crepaz

diario II della notte 16 novembre

Anch’io sinta per un giorno…

 

16/17 novembre 2012

 

 

Descrivere l’esperienza appena trascorsa non è facile, tanti sono i pensieri che mi sono passati per la mente durante questa serata/notte sinta trascorsa nell’area di sosta vicino alla motorizzazione di Trento. Scelgo perciò alcune parole e attraverso esse cerco di descrivere questo essere stata anch’io sinta per un giorno.

La prima parola che scelgo è accoglienza. A questa parola è infatti legato il primo pensiero quando ieri sera sono entrata nella casa/roulotte di Alessandro e Maria. La tavola è pronta e ricca di pietanze preparate per gli ospiti, la stufa è accesa, i padroni di casa ci salutano con un sorriso invitandoci a sederci. Si chiacchera per un po’, si fanno alcune domande per cercare di capire questa realtà di cui si scopre di conoscere così poco.

Seconda parola musica. Dopo cena arrivano i fratelli di Alessandro e cominciano a suonare le chitarre cantando canzoni sinte e canzoni dei gagi. Fantastici, suonano con una bravura e una passione invidiabili. Chiediamo se esistono spartiti delle canzoni sinte che ci hanno fatto sentire e un sorriso spunta sulle loro bocche. “ No, – dice Valentino- non ci servono gli spartiti la musica è nella nostra testa”…ancora più fantastici!!

Terza parola speranza. Durante la serata sento spesso ripetere da Alessndro, da Mirko la loro sensazione di sentirsi invisibili agli occhi della gente, dei cittadini, da chi amministra la città. Il loro disagio, anche se più volte raccontato, non viene mai concretamente affrontato. La speranza è che iniziative come “ Anch’io sinto per un giorno” servano a far conoscere la realtà dei sinti attraverso l’esperienza diretta delle persone che hanno deciso di passare una serata con loro. Una conoscenza sicuramente più vera perché parte da una relazione diretta fra persone.

Quarta parola disagio. Molti sono le difficoltà che ho visto o che ho sentito raccontare in questa mia esperienza sinta. Disagi che per me sono durati il tempo di una serata ma che per loro durano da anni:

Freddo, freddo, freddo; non avere l’energia elettrica; dormire senza riscaldamento; avere un solo wc per tutto l’accampamento; non avere acqua calda per lavarsi; avere la luce solo per alcuni momenti della giornata; sentire rumori di topi che girano per l’accampamento; la paura di poter essere mandati via da un giorno all’altro; non trovare lavoro; non poter avere una casa; avere una legge sulle microaree ma ancora nessuno che la renda concreta.

Ringrazio Alessandro e Maria per la loro generosa ospitalità e per averci fatto conoscere un piccolo pezzettino di mondo sinto con la speranza che con il tempo questa reciproca conoscenza riesca a crescere e ad arricchirci reciprocamente.

 

Sara

 

 

diario I della notte del 14

    

Eccomi qui, dopo una notte con i Sinti.

 

Che strano!

 

Sono stanca: non ho dormito tutta la notte.

 

Forse non ho dormito per la super cena preparata da Ala, la signora sinta da cui eravamo ospitati.

Sorrido ancora pensandola...così a nostra disposizione,sempre in movimento alla ricerca di qualcosa per noi,

Anche quando quel qualcosa non c'era.

Le ho voluto subito bene!

 

Forse non ho dormito perché ripensavo a tutto quel parlare di Mirko, il signor sinto che ci ha ospito.

Un sacco di parole. Non sempre discorsi con un capo e una coda,ma più per la foga della passione (era chiaro)

...Troppe cose da dirci, tutte fortemente importanti per lui.

Ma una cosa è certa quell'uomo ha quasi il doppio della mia età ed è molto più vitale di me! Molto più energico...ma quanti km si è fatto per perseguire le sue idee?Quanti NO si è beccato ? E non molla! Ed è ancora lì a chiedere.

(MA IO,A QUANTI NO RESISTO PRIMA DI MOLLARE?)

Mirko, sei proprio un uomo forte!

 

Forse non ho dormito per l'emozione della telecamera.

Ma perché E. non m lo hai detto che veniva Rai3 ?! Povera, l'ha saputo solo nel pomeriggio, e poi cosa sarebbe cambiato? Mica potevo tirar pacco...ma almeno mi mettevo più carina (hihihi)

Abbiamo parlato a lungo con i giornalisti.

Che buffo, ho avuto la sensazione che fossero cambiati durante l’ intervista, intendiamoci sempre estremamente professionali, ma poi alla fine un po' diversi, non so come dire...ma come se avessero capito meglio 'sti Sinti...e che non era proprio assurdo quello che chiedevano.

(Sghignazzo sotto i baffi, perché ho avuto la sensazione che fossero stupiti dal fatto che non chiedessero nulla gratis, glielo hanno domandato più volte: Ma voi paghereste? Hihihihi)

Però ha ragione, anch'io pensavo che le richieste avessero una pretesa di gratuità!

 

E TI SBAGLIAVI, MIA CARA JOE!!!

 

Forse non ho dormito perché avevo negli occhi Sara e Franz.

Sono convinta di aver fatto bene a portarli con me.

Sono stati bravi: aver 11 e 12 anni e passare una serata a sentir parlare adulti di politichese,non è da tutti!

Quando li ho messi a dormire in camper, erano proprio cotti. Si sono davvero emozionati per questa esperienza. Era da giorni che mi chiedevano di questa serata, così poco simile a tutte le esperienze già fatte... ed io che non ho mai risposto chiaramente...d'altronde come faccio a descrivere una cosa che non ho mai vissuto?

Mi sa che questa emozione li ha stancati un sacco!

Sara non l’ha detto hai suoi compagni per paura di essere presa in giro (che cosa triste). Però credo che oggi lo dirà: speriamo bene,per lei!

Che belli che erano!!!!!

Esaltatissimi perché son stati intervistati.

Ed io cos'altro posso chiedere ai miei figli. Hanno accettato di venir con me subito,sono stati partecipi per tutto il tempo...e poi...poi quel rossore in faccia: la telecamera era ormai spenta da un pezzo, i giornalisti pronti sulla soglia della porta per andarsene , ma Mirko e Alessandro non li mollavano, ancora spinti dalla passione per la loro causa, avevano 1000 e 1000 parole da dire...e thò! A un cero punto eccoli lì, Franz e Sara iniziano a dire la loro gesticolando come i grandi, finché non riescono a trovare le parole che volevano e le dicono arrabbiati e indignati e diventano rossi...rosso vergogna...perché si vergognavano per quest’assurda situazione:

'...non sono cattivi...' '...son come noi...'

'...sono simpatici...' '...sono persone...'

Parole semplici. Mi hanno colpito.

Sono molto orgogliosa di loro! Dei miei figli! ...e mi pizzicano gli occhi dalle lacrime a rivivere la scena!

Alla fine, tutti a fargli un applauso, stupiti del loro semplice sfogo. Il cronista non ha potuto fare meno di riaccendere la telecamera e farsi ridire tutto!

Sorrido! Si sono po’ 'intorcolati',ma cavoli!! 11/12 anni,telecamera,microfono, vai sul Tg… chi non si sarebbe emozionato?! Ma che fikooooo!!!

 

Forse non ho dormito perché pensavo a me.

Cerco le mie emozioni, e mi sento scomoda lì nella pancia...come se la mia coscienza oggi non sappia dove mettersi comoda.

Tante immagini flash:

  • c'è una legge (microaree), che non è applicata

  • ci sono persone, che chiedono uno spazio a pagamento e noi gli diciamo di no

  • vogliamo che la loro vita non sia gratis come non lo è la nostra...ma loro non lo stanno chiedendo

  • vogliamo che lavorino come noi... ma se sappiamo che la loro casa ha le ruote...'puf' il lavoro non serve più (esperienza di N.)

  • vogliamo che abbiamo una casa senza ruote,ma se vediamo il colore della pelle, l'appartamento non è più affittabile (esperienza di A.)

(magri qualcuno s’inventerà un prestampato anti Sinto: cerchi quante ruote possiede la sua casa...oppure in questa scala di colori indica la nuance che meglio rappresenta la sua pelle...

ma siamo/ sono così ? Mi fa onore tutto questo?  Come mi fa stare questo? Che cosa posso fare? Che cosa voglio fare?)

 

Ma sta cosa che ci devono assomigliare...

Io l'ho trovato bello chiacchierare intorno ad un fuoco. Ma quanto è magico un fuoco, me lo ricordo in spiaggia o in montagna... (quando ero più zoven).

E quella porta sempre aperta...quei figli che venivano a salutare i genitori, i nipoti ad augurare la buona notte alla nonna...chi si faceva un panino, chi si prendeva un dolcetto, chi veniva a prendersi un bacino e chi veniva a raccontare qualcosa della sua giornata.

Io l'ho trovato bellissimo quel via   vai,quel riconoscere nel più anziano una saggezza piena d’onore!

Ed io? Ed io gage (= non sinto), cosa ne faccio dell’onore della saggezza?! Ah,sì! La chiudo: perché è preziosa. La ricovero in una casetta...insieme a tante altre saggezze mai conosciute fino ad allora, la metto a riposare e...e... speriamo che non facciano decubito!!!

 

Ma quanti gage sono soli nelle loro case senza ruote?  Toccherà anche a me?

Io non ho mai visto un sinto in casa di riposo...

Ma è così GIUSTO chiedergli di diventare come noi?

 

...Non lo so...non ho davvero una risposta...e neanche la mia coscienza!

Secondo me, da quel che ho visto, Mirko e Ala hanno una bella famiglia.

Mirko fa bene a difenderla nella sua identità: bravo!

 

Forse non ho dormito per via del mal di testa!

Mammamia che mal di testa!

L'umidità.

Mammamia!

Il camper era ben scaldato e questa notte non è stata particolarmente fredda, ma quell'umidiccio...pian pianino...tutto si è appoggiato alla mia testa.

Che mal-di-testa.

E tutt'oggi a lavoro...che fatica.

Ma sarà andata anche nel camper di quella 'gnappetta' di 15 mesi che ho conosciuto quando è venuta a dare la buona notte alla nonna?

(...................................stronzetta umidità................................).

 

Conclusioni Joe?

Ancora devo pensarci su! Devo sedimentare tutte le mie emozioni.

Per ora posso dire che dopo questa esperienza il mio pensiero sui sinti è più mio! Non più basato su quello che mi hanno raccontato gli altri.

 

Ma soprattutto io 'non CIO’ fisico per una vita così!'

 

Joe

 

 

diario II della notte del 14

Dopo questa giornata passata al campo abusivo di Gardolo mi sento diversa, arricchita da nuove conoscenze, da una nuova esperienza. Non parlo di qualcosa di materiale, ma certamente di un ricordo prezioso! Ho acquisito la consapevolezza di quanto il razzismo e i pregiudizi possano compromettere seriamente la vita di una persona e di quanto siano davvero sbagliati. Lo stigma del quale è fatta soggetta la popolazione sinta non rispecchia la vera natura dei fatti, ma solo ciò che, per tanti, è più comodo considerare. Inizialmente quando sono entrata al campo non sapevo bene cosa aspettarmi, chi avrei trovato. Man mano che passavano i minuti iniziavo a sentirmi sempre più tranquilla, rilassata, come se fossi a casa di persone che vedo per la prima volta, indipendentemente dal fatto che loro vivono in camper invece che in case. Questa breve visita mi ha fatto comprendere l’importanza che ha per loro la costruzione delle microaree, tanto promesse ma mai arrivate. Loro sono un clan, una grande famiglia nel vero senso della parola, fanno tutto ciò che facciamo noi: c’è chi lavora come chi non lo fa, chi è più espansivo e chi invece è di poche parole, c’è chi fuma una sigaretta e più, e chi invece per vincoli religiosi o morali non lo concepisce, proprio come accade nella nostra società. Infatti la ricchezza di una comunità non sta nell’omologazione quanto invece nella diversità e nel trasmettere agli altri ciò che ci rende unici agli occhi del mondo. Bisognerebbe saper approcciarsi alle realtà che noi consideriamo diverse in un’ottica differente, cercando di arricchirci con la conoscenza di nuove culture, non emarginandole per paura di una contaminazione. Ieri sera prima di addormentarmi ho avuto tempo per fermarmi qualche minuto a riflettere, mi sono seduta e ho guardato fuori dalla finestra del camper. Ho provato ad immedesimarmi, a pensare a come deve essere dover rinnegare le mie origini per poter trovare qualcuno che sia disposto ad assumermi, dover fare finta di essere ciò che realmente non sono. E li, in quel momento, ho capito che neanche io rinnegherei mai il nome della mia famiglia e il luogo da dove vengo per vedermi accettata…mai. Cercherò di trasmettere a tutte le persone che ho attorno che cosa ho provato, e anche se loro non capiranno, non smetterò di farlo. Spiegare però cos’è stata per me questa breve visita in mezzo ai sinti non si può esprimere a parole, è un’esperienza che deve essere vissuta per essere realmente compresa. Tante volte è facile giudicare, è invece più difficile fermarsi a riflettere. Se tutti cercassero di fare uno sforzo per integrare e integrarsi all’interno della nostra società, forse tanti dei problemi che sussistono da tempo non ci sarebbero più. Quelle che io ho scritto però sono solo parole…speriamo che prima o poi si passi anche ai fatti.

 

Giada

 

 

diario III della notte 14 novembre

SINTO PER UN GIORNO O PER TUTTA LA VITA?

Caro lettore,

perché non ti sei messo in gioco pure tu? Perché ti stai lasciando trascinare da tutti gli stereotipi e da tutti i pregiudizi? Perché non ti informi e cerchi di conoscere la realtà?

Non riesco a riassumere le emozioni e le riflessioni che ho provato in poche ore. Ho paure di inciampare nel banale, di non essere credibile. Vorrei che anche tu fossi stato lì con me, mentre mangiavo pasta e speck, mentre guardavo i video dei battesimi, mentre mi raccontavano la loro giornata.

Nella fredda notte autunnale regnava un caldo clima di affetto e dolcezza.

Mi chiedo come sia possibile mentire sulla propria identità per riuscire ad avere un po’ di rispetto dalla gente, per riuscire a strappare un contratto di lavoro o una casa per i figli che hanno lasciato il campo…

Siamo arrivati a negare la dignità alle persone.

Sì, dignità e rispetto è quello che loro chiedono.

Sono frustrati di essere ai margini della società e invisibili agli occhi di molti. Come si può proibire loro, italiani e trentini da generazioni, i beni primari come acqua e luce?

Ho visto negli occhi di Mirko e Alessandro la speranza e la delusione; l’attesa e l’angoscia; la rabbia e la voglia di cambiare.

Ti auguro caro lettore di poter provare anche tu un’esperienza vera e diretta…forse così capirai cosa significa essere sinto, vivere come sinto, essere trattato come sinto!

 

Sara

 

diario IV della notte 14 novembre

Sinto per un giorno è stata un' esperienza interessante per differenti aspetti. Sono arrivata al campo priva di pregiudizi, ma con un'idea dei sinti estremamente differente da come realmente mi sono stati presentati. Credevo avessero tratti somatici difformi dai nostri, una cultura forte con tradizioni specifiche, pensavo parlassero una loro lingua tra di essi, e avessero dei costumi e degli usi propri della loro etnia. Le mie credenze in parte sono state smentite al mio arrivo.L' accoglienza è stata calorosa, la signora più anziana ci ha invitate ad entrare nella sua casetta,e ad accomodarci. Ha cucinato per noi come se fossimo membri della sua famiglia. Dopo la cena abbiamo conosciuto altre persone del campo che tra loro sono tutte imparentate e ho notato che non hanno a fatto caratteristiche somatiche molto diverse dalle nostre, parlano l'italiano anche tra di loro perfettamente e a volte utilizzano parole della propria lingua. La loro lingua, interessante spiegazione di una sinta, non è scritta e si differenzia in dialetti dipendentemente dai loro luoghi di nascita. La cuntura sinta è simile alla nostra anche se nella loro è molto diffusa la religione evangelica, alla quale sono molto fedeli. Una ragazza del campo ci ha spigato com'è caratterizzata: questa religione si basa sulla lettura della bibbia da parte dei fedeli, il ruolo della spigazione è affidato ad un pastore,il quale deve seguire un percorso di formazione che dura tre anni. A differenza della religione cattolica il pastore può sposarsi, avere figli ed inoltre svolge questa attivita affiancata da un normale lavoro. I fedeli seguono alla lettera le regole della bibbia:non fumano, non bevono,le donne non si truccano,non mettono i pantaloni ma solo le gonne, non adorano immagini sacre. Solo rispettando la volontà della bibbia possono affidarsi nelle mani di Dio e così conseguire il battesimo, cerimonia svolta in età in cui la persona è consapevole della propria scelta,e che consiste nell'immersione totale nelle acque. La loro religione mi ha colpito molto perchè la trovo molto più giusta rispetto a quella cattolica che impone regole astratte, sacramenti obbligati, e impone la confessione con i preti e non diretta con Dio.

A loro la religione da pace e attenua i conflitti.
Dopo qualche ora con i sinti ti accorgi che sono perfettamente uguali a noi, parlano, mangiano,guardano gli stessi programmi televisivi.
Dalle nostre conversazioni è emersa però una realtà inaccettabile, IL PREGIUDIZIO. E' impensabile che ai giorni nostri dopo tutte le conoscenze che abbiamo, dopo tutti i principi che diciamo di avere scritti sulla nostra, a questo punto fasulla costituzione, dei cittadini come tutti e sottolineo tutti non godono di diritti essenziali e beni di prima necessità. Nel campo in cui sono stata hanno lottato dieci anni per avere acqua (solo fredda) e luce, pensateci provate a fare tutti un' esperienza del genere e in altri campi sono privi di tutto ciò.
Stanno aspettando voi che siete nei comuni, che avete un lavoro e la sera una casa e un letto su cui dormire. Avete l' approvazione della legge sulle micro aree, cosa aspettate a farle? Ci sono tantissimi bambini e anziani che hanno bisogno di questi servizi, abbiate un pò di sensibilità.
Vorrei concludere rivolgendomi ai cittadini e dire loro: abbattete il pregiudizio date loro la possibilità di farsi conoscere, di poter lavorare senza che debbano nascondere le proprie origini. Nessuno vuole vivere nascondendosi, tutti siamo fieri delle nostre origini. Dobbiamo aprirci alla diversità e non avere paura dell'altro, lui è come te....un uomo.
Tania

diario I della notte 13 novembre

 

All'attenzione di Lorenzo Dellai

Presidente della Provincia Autonoma di Trento

 

Trento, 14 novembre 2012

 

 

Egregio Presidente,

 

sono un ragazzo di 14 anni che vive a Trento e volevo raccontarle un'esperienza che ho vissuto recentemente.

Anche noi come famiglia abbiamo partecipato all'iniziativa “Sinto per un giorno”.

Ieri sera abbiamo quindi trascorso una notte in un camper ospiti di una famiglia sinta in uno dei “luoghi di sosta abusivi” qui a Trento.

Durante la cena abbiamo posto molte domande ad Alessandro e ai suoi familiari e trascorrendo la notte in un camper (che ci hanno prestato loro) abbiamo capito quanto sia freddo, scomodo, difficile vivere in questa situazione.

Io che sono un ragazzo che non si emoziona, e si vergogna di piangere, per la prima volta mi sono commosso a sentire i racconti e capire ciò per cui soffrono queste persone, che sono uguali a noi, (cambia il colore della pelle). Tutti hanno diritto di vivere in modo decente; c'è scritto anche sulla Costituzione italiana, Art.3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, religione”.

Molti di essi non lavorano perché non vengono accettati, sono gente buona che viene discriminata solo per il fatto che vivono in una roulotte invece che in una casa al caldo come noi.

Art. 4 “La repubblica riconosce a tutti i cittadini diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Tutti noi italiani ci stiamo scordando la Costituzione!!!

Volevo ricordarle che il Consiglio provinciale ha approvato una legge a favore dei sinti, che prevede la creazione delle “microaree”, che secondo Alessandro risolverebbero il loro problema, ma sono TRE anni che è entrata in vigore e nulla è stato fatto.

Spero nella sua gentile collaborazione e le suo diretto intervento per fare in modo che la legge a favore dei sinti venga applicata.

Spero che questo possa far ricordare a tutti i cittadini italiani la loro bella Costituzione.

 

Christian Casagrande  

 

diario II della notte 13 novembre

“Dato che loro ci hanno ospitato, adesso dovrebbero venire loro da noi una notte” commenta mia figlia (9 anni) mentre pedaliamo verso la scuola, con le borse cariche dei sacco a pelo, dopo aver lasciato l'accampamento dei sinti che ci hanno ospitati questa notte. “Giusto, scriveremo loro un biglietto”. “Sì, un invito che dice: siete invitati a cena e a dormire, in via …. Punto”.

Se l'obiettivo del progetto “Sinti per un giorno” era quello di creare relazioni paritarie tra i partecipanti direi che il desiderio di reciprocità espresso in modo così diretto da una bambina di 9 anni indica che l'obiettivo è stato pienamente raggiunto. Se l'altro figlio, di 14 anni, (che tra le sue espressioni quotidiane non esclude frasi razziste e cariche di pregiudizi e generalizzazioni) dice che ci tornerebbe volentieri (ha dormito benissimo!) e che vuole scrivere a Dellai perchè faccia qualche cosa, non posso non interrogarmi sul significato che ha avuto per noi come famiglia e per me come persona questa esperienza: allo stesso tempo molto più “normale” e molto più “straordinaria” di quanto non si potesse immaginare.

Capisco che il sacco a pelo e un posto dove siamo stati tutti vicini e stretti può avere entusiasmato i miei figli, ma i topi che giravano tra i camper e le roulotte li hanno visti e sentiti anche loro. Anche loro hanno fatto la pipì in un “bagno” a dir poco precario con la pila in testa per centrare il bersaglio, e si sono lavati i denti la sera e la mattina al freddo alla fontanella all'aperto...

Però hanno anche ascoltato quasi incantati la voce di Alessandro che ci parlava mentre ravvivava la stufa che ci ha permesso di cenare al caldo, hanno giocato (dopo un momento di ritrosia) con i loro coetanei (i diversi nipoti di Alessandro) mentre ferveva l'attività in cucina, hanno gustato la cena che ci hanno offerto, hanno accarezzato e desiderato le due cagnoline della famiglia. Si sono dispiaciuti che Cor non trovasse la chitarra e di non averlo potuto ascoltare.

Non hanno posto domande. Quelle le hanno lasciate fare a noi. Hanno però evidentemente ascoltato e sentito... in profondità. E la sera tardi hanno voluto essere rassicurati di poter salutare e ringraziare, a colazione (più solitaria perchè fatta in compagnia del solo Alessandro e di suo figlio che si preparava per andare al lavoro) i loro nuovi amici. Un saluto sobrio, come quello che ci scambiamo con i tanti ospiti sconosciuti (di solito viaggiatori in bicicletta) che ci capita di ospitare a casa nostra.

Questa volta siamo stati ospitati e accolti noi, viaggiatori in bici, in questo luogo di Trento così vicino ma sconosciuto (che per molti versi sembra un altro mondo) con gratuità, franchezza e semplicità.

L'immagine che mi porto via io – accanto ad una precarietà che non riesco ad immaginare sopportabile per me nemmeno per una settimana (in inverno) – è quella di una profonda e viva “dignità”. Insieme ad una lucida consapevolezza e visione dei non semplici rapporti tra “gagi” e “sinti”, intrisi di pregiudizio, in un territorio autonomo e ricco come il Trentino che inspiegabilmente non riesce a offrire le condizioni di vivibilità ad una “minoranza” di cittadini che chiede di veder riconosciuto un modo diverso di abitare, dentro il rispetto delle regole, e di veder realizzata l'uguaglianza formale e di opportunità.

Una soluzione – quella delle microaree - apparentemente così semplice da non trovare scuse che tengano.

Che potrebbe poi aprire uno spazio per un lavoro ben più ampio e complesso di riflessione sulle identità che si specchiano (non mi piace essere chiamata “gagia”, ma con il mio nome, perchè i gagi non sono tutti uguali!), sulle identità che sono inevitabilmente multiple, sul dialogo tra culture e dentro le culture... Ma che può essere fatto solo a partire da un riconoscimento di fondo della dignità di persone e del valore dei diritti inalienabili.

E' stato mio figlio Christian a ricordarmi l'importanza fondamentale di rispettare la Costituzione. Come non essere d'accordo?

 

Antonella

 

diario I della notte 12 novembre

Il ragù, Heidi e imparare stando insieme

 

Ala non dice del tutto cosa ha messo nel ragu. Però è davvero buono. Secondo me ci ha messo tanta pazienza e cura per gli ospiti. Per questo è venuto così gustoso. Noi ospiti abbiamo apprezzato il ragù e l’accoglienza. Poi si parla di sogni: perché non aprire un bar, ristorante sinto a trento? A Bolzano ha funzionato, è stato il risultato di un percorso durato anni, dice qualcuno. E’ bello discuterne fantasticando e giocando col futuro. Poi Mirko dice che a Bolzano il bar l’hanno chiuso. E’ sempre così: la realtà spesso si mette di mezzo ai sogni e li fa a pezzi. Però non si sa mai, forse non è vero che a Bolzano hanno chiuso, ci informeremo meglio. E’ però vero che Mirko ci richiama al senso della realtà, che è dura, non fa sconti. E’ per questo che buona parte della serata la passiamo a discutere di ciò che non c’è: i giornalisti, le televisioni. Mirko, lo so che tu non lo dici perché non apprezzi le studentesse future assistenti sociali che hai avuto a cena stasera ma perché vuoi pungolare, provocare, il tuo è un modo di dialogare. Sei un teologo medievale, ami la disputa. Ci dici che nessuno a Trento sa di “Sinto per un giorno”. Poi, per fortuna, passa a trovarci la stupenda Francesca della Val di Rabbi, ci dice che ha parlato con persone in Val di Sole che erano informate, ricordavano lo slogan “sinto per un giorno”. E tu: sì, ma in Valsugana non lo sa nessuno. Incorreggibile ma coerente. E va bene così, è giusto che parliamo anche di ciò che non c’è, di come agire con giornali e TV. Di come faremo ad imparare noi - nati operatori sociali ed educatori - a fare comunicazione sociale. Intanto però, caro Mirko, ascoltami, se puoi: le ragazze di ieri sera – e tutti gli altri ospiti che avete avuto e avrete in questi giorni – sono molto. Non sono un po’, sono molto. Perché tutti noi impariamo nelle relazioni che stabiliamo. Imparare e capire è il primo passo per cambiare. Solo così possiamo modificare le nostre idee, opinioni, modi di fare. E magari provare a modificare anche idee, opinioni e comportamenti degli altri. Ed ognuno di noi, anche tu e la tua famiglia, sta imparando qualcosa. Io ho imparato – tra le tante cose – che se vivo dei momenti nei quali mi pare di non farcela ad affrontare le piccole grandi difficoltà vita di tutti i giorni devo fare come te: mettere fiori sul davanzale della campina gelida d’inverno e rovente d’estate. Fa casa, altro che nomadi, come pensa chi non sa nulla dei sinti. Ho imparato che in una sera e dopo anni che do una mano al lavoro degli educatori che lavorano al campo sinti non so nulla ed ho capito poco. Come mi hai detto, non si sa niente se si è letto un libro sui sinti. Si capisce qualcosa vivendo insieme, e non una sera soltanto. Questo vale per me, per tutti i gagi, vale anche per te e tutti i sinti. Non ci resta che vivere insieme, magari anche solo vicini. Come ho fatto col mio westfalia, accostandomi alla tua campina, collegarmi alla corrente elettrica per cercare di far funzionare il riscaldamento. Come hai fatto tu, salendo sul mio furgone per capire perché il riscaldamento non funzionava. Così abbiamo capito in due che non funzionava, in due non sappiamo perché ma io sono andato a letto contento lo stesso. Perché siamo stati insieme. Il sacco a pelo tiene in alta montagna, ha tenuto anche a lato della trento-malé.   Poi la colazione al caldo di casa tua e, soprattutto, la tua trasmisisone preferita delle ore otto: Heidi, quarantasettesima puntata. Non l’ho mai tanto capito ed amato questo cartone animato però devo dire che ho capito meglio cos’è il mondo globale: vedere un cartone animato giapponese su un personaggio svizzero che vive in una baita di montagna nella campina in un’area abusiva di un signore sinto “di una certa età”, a lato della ferrovia trento malé. Heidi è una favola ma anche questo nostro incontrarci è una favola bella. Lo so che stai pensando che però i giornali e le televisioni che contano non parlano di “Sinto per un giorno”. Vabbé, quando andremo da Bruno Vespa, forse sarai contento. Ma forse, anzi di sicuro, io non ci sarò. Ti guarderò in TV, magari nel mio furgone collegato alla tua corrente elettrica.

 

13 Novembre 2012

Piergiorgio Reggio

docente di “Competenze socio-educative” Università Cattolica – Milano

Vice-presidente Istituto Paulo Freire Italia

diario II della notte 12 novembre

“Tu sai qualcosa dei Sinti?” , chiede Mirko, capostipite della famiglia di uno sei nuclei dei Sinti di Trento, a un “gage”(i non sinti!) -“Si, ho letto tutto”-“Allora non sai niente”, risponde Mirko- “perché non hai vissuto con i Sinti!”.

 

Io  ho le idee un po’ confuse, sinti, rom, gage,campi nomadi, leggi,  microaree… Come risponde l’Italia per favorire l’integrazione e l’accoglienza di minoranze etniche come quelle Sinti? Come preservare e riconoscere la loro identità? Prima di partecipare all’iniziativa “Sinto per un giorno”, provo a cercare alcune risposte su Google, tra articoli e trafiletti, qualcosa intuisco, ma come dice Mirko, leggere non basta bisogna conoscere e viverci insieme, ed è proprio quello che ho fatto, anche se solo per una notte.

Parto da Milano, con saccopelo e vestiti pesanti, perché mi dicono che di notte farà freddo là presso l’insediamento. Mi immagino di andare in uno di quei campi nomadi che ho visto a Milano, e in televisione, con tante roulotte e sporcizia invece mi viene spiegato che  la famiglia da cui andrò è scappata ormai da dieci anni dalla realtà del campo nomadi, dove la convivenza con altre famiglie in poco spazio era diventata difficile.

Arrivo nella microarea di Trento dove  Mirko e Ala vivono insieme alla loro numerosa famiglia. Faccio fatica a capire dove mi trovo, so che sono nella zona periferica industriale di Trento, di fianco alla ferrovia e a una strada trafficata, varchiamo la soglia di un cancello e intravedo alcune roulotte. Entro a casa di Mirko e Ala, dove siamo invitati a cena. Da fuori sembra un piccolo prefabbricato ma è molto luminoso. Dentro sono accolta dal calore della stufa a legna, dalle chiacchiere, dal profumo della cena che Ala sta preparando e dalla forte stretta di mano di Mirko. Stasera la famiglia di Mirko e Ala si allarga. Insieme a me ci sono quattro studentesse di Trento e alcuni organizzatori dell’iniziativa “Sinto per un giorno”, Elena e Piergiorgio.

Mi sento subito a casa, quasi mi dimentico di dove mi trovo, desidero conoscere queste persone, comprendere come è nata l’iniziativa e come viene vissuta la nostra presenza stasera. Mi avvicino ad Ala, chiedendole di potermi lavare le mani prima di cena, lei mi accompagna in bagno e con un po’ di imbarazzo mi dice che l’acqua non c’è e che avrei dovuto usare un catino. Mi guardo intorno, vista dall’interno la casa sembra molto più grande, è essenziale ma curata e pulita.

Mirko,  seduto di fianco alla stufa, appare un po’ inquieto . E’ preoccupato perché sembra che questa iniziativa non stia avendo la risonanza e la diffusione tale da raggiungere tutti i cittadini del territorio.  Comprendo il risentimento di Mirko e la sensazione che per smuovere la situazione e far approvare una legge, che permetta a loro di continuare a vivere lì in condizioni migliori, non basti aprire le porte di casa propria ed essere disposti a raccontarsi a perfetti sconosciuti se queste parole poi non arrivano più in alto!

La semplicità, l’accoglienza e il calore che abbiamo sentito, pur trovandoci in una roulotte con una piccola stufa a legna, è invece proprio quello che  inizieremo a raccontare una volta ritornate nelle nostre case e città e che renderà questa serata indimenticabile.

Mirko e Ala, abitano in Trentino dalla nascita, più di 60-70 anni, hanno otto figli e quindici nipoti. Parlano molto bene l’italiano con un leggero accento trentino. Dopo cena inizia a farci visita il resto del la famiglia, Sabrina 18 anni madre della nipotina di Mirko, Chiara, di sei mesi, poi Natasha moglie di uno dei figli di Mirko, è appena rientrata a casa dal lavoro, fa le pulizie negli uffici,  chiede ad Ada se è rimasto qualcosa da mangiare, e poi Diego (e qui inizio a far fatica a spiegare la parentela), che lavora il ferro,  ma ci racconta che ormai sono in troppi a fare questo lavoro ed è difficile guadagnare qualcosa.

Siamo un po’ stretti, ma tutti troviamo un posto e un piatto caldo di pasta e  un ottimo sugo preparato con tanto amore e pazienza. Ci guardiamo negli occhi, ci osserviamo, a volte le parole e le domande tardano ad uscire per paura di essere invadenti ma la voglia di conoscerci e di avvicinare i nostri mondi, apparentemente distanti,è reciproca.

Trascorriamo una piacevole serata a fare quello che si faceva una volta nelle famiglie e che Mirko chiama “filò”. Si parla di cambiamenti, di crisi dei valori e di tradizioni, di sogni di lavoro, di desiderio di stabilità e di famiglia, di fede, di speranza e addirittura di Apocalisse.

Si è fatto tardi, ma non abbiamo ancora voglia di andare a dormire nel camper che Mirko ci sta riscaldando. Ci trasferiamo nella roulotte di Natascha, è più piccola ma sempre calda e accogliente. Le chiedo se non sia difficile vivere in uno spazio così piccolo tutto l’anno. L’estate è più facile dice Natasha, perché si sta fuori, d’inverno invece quando fa più freddo a volte la stufa a gas si congela e allora bisogna arrangiarsi.

Ci addormentiamo in quella che per una notte sarà la nostra roulotte, avvolte da vari strati di coperte. La mattina ci svegliamo infreddolite lavandoci la faccia nella fontanella all’esterno del bagno, dove è finita l’acqua corrente. Natasha ci guarda, sorridendo, dice che non resisteremmo più di due o tre giorni vivendo come loro.

Io mi chiedo se loro invece resisterebbero per più di due o tre giorni vivendo come “noi”? Qualcuno ha già scelto di vivere all’interno di abitazione in città. A Natasha non dispiacerebbe vivere in un’abitazione ma ha deciso di stare vicina alla famiglia del marito. Guardiamo con ammirazione la numerosa famiglia di Mirko e la volontà di vivere  insieme, ma anche con un po’ di perplessità rispetto alla possibilità di garantire a un numero così elevato di figli un buon tenore di vita. Mirko ci risponde “Se pensate questo non farete mai nulla, dove mangia un figlio, possono mangiare anche dieci”.

Io riscopro le mie origine un po’ “sinte”, a volte anche a me l’appartamento dove vivo sta un po’stretto e ho il forte desidero di  poter vivere in una grande famiglia, trascorrendo le serate facendo filò e avendo, quando fa caldo, il tetto come cielo. La nostra presenza a casa di Mirko è come quella di una goccia d’acqua che cade all’interno di un mare, ma spero che la nostra testimonianza possa generare altri cerchi concentrici che possano far nascere in altre persone il desiderio di conoscere, anche solo per una notte, la nostra famiglia Sinti.

 

Ilaria

 

diario III della notte 12 novembre

In data 12 Novembre 2012 noi, quattro studentesse della Facoltà di Sociologia di Trento, ci siamo avventurate al campo Sinti abusivo situato a Trento Nord.

Arrivate siamo state accolte molto calorosamente dai capo famiglia Mirko e Ala nella loro casa-mobile e lì abbiamo parlato tutti insieme dell’iniziativa “Sinto per un giorno” affrontando le problematiche incontrate nel corso dello svolgimento di questa ma apprezzando anche lo sforzo di tutti quelli che hanno organizzato tale progetto e anche di tutti coloro che come noi, vi hanno partecipato.

Finalmente abbiamo poi mangiato, tutto buonissimo e in abbondanza; non si può che fare i complimenti alla cuoca.

Nel proseguire della serata siamo stati allietati dalle continue visite di fratelli, nipoti e pronipoti, anche loro curiosi di vedere e salutare i “gagi” che quella sera son andati a trovarli.

Abbiamo avuto anche modo di confrontare le tradizioni e le usanze della vita quotidiana; siamo per certi punti di vista molto simili ma da altri completamente diversi .

Anche loro si vestono come noi, mangiano pasta e carne come noi e parlano benissimo l’italiano, hanno anche loro la televisione e sono alla disperata ricerca di un lavoro, beh .. come noi !                                      

Vivono però in una condizione di disagio quotidiano ad esempio per riscaldarsi devono usare delle stufe alimentate a gas che d’inverno molto spesso si gelano e di conseguenza non funzionano più e l’avere acqua corrente e luce non è sempre così scontato come succede invece nelle nostre case.

Abbiamo notato che sono molto credenti, tutti cristiani alcuni cattolici altri evangelisti;                                

Diego, uno dei nipoti di Mirco, ci ha detto che lui tutti i giorni legge la Bibbia e riflette del suo agire.  

Natasha, la moglie di uno dei figli di Mirco, raccontandoci delle vicende personali ci ha fatto notare il grande rispetto che loro nutrono nei confronti della donne, dei bambini e degli anziani.

Siamo stati infine ospitati in una delle loro roulotte e lì abbiamo passato la notte; nonostante coperte, sacchi a pelo e vestiti pesanti, al mattino ci siamo svegliate al freddo e per andare in bagno siamo dovute uscire ed usare quello comune.

Dopo un abbondante ed altrettanto deliziosa colazione, con molto dispiacere ci siamo salutati e ci siamo avviati verso casa.

 

Per noi è stata un’esperienza emozionante e molto positiva che ci ha permesso di conoscere ed apprezzare questa cultura così tanto presente sul territorio ma allo stesso tempo così poco conosciuta dalla gente.

Il desiderio che noi abbiamo percepito è stato quello di poter migliorare la loro condizione di vita, legalizzandola e continuando comunque a mantenere alcuni aspetti fondamentali del loro popolo come la vita comunitaria.

Per capire la bellezza e l’importanza di questa esperienza quello che vi consigliamo è di provarla in prima persona, sicuramente l’ospitalità non mancherà !

 

Elisa Anna Alisha Federica

diario della notte 11 novembre

Libertà
Noi zingari abbiamo una sola religione: la libertà.// In cambio di questa rinunciamo alla ricchezza,// al potere, alla scienza e alla gloria.// Viviamo ogni giorno come fosse l'ultimo.// Quando si muore si lascia tutto:// un miserabile carrozzone come un grande impero.// E noi crediamo che in quel momento// sia molto meglio essere stati zingari che re.// Noi non pensiamo alla morte. Noi la temiamo, ecco tutto.// Il nostro segreto sta nel godere ogni giorno// le piccole cose che la vita ci offre// e che gli altri uomini non sanno apprezzare:// una mattina di sole, un bagno nella sorgente,// lo sguardo di qualcuno che ci ama.// È difficile capire queste cose, lo so. Zingari si nasce.// Ci piace camminare sotto le stelle.// Si raccontano strane storie sugli zingari.// Si dice che leggano l'avvenire nelle stelle// e che possiedano il filtro dell'amore.// La gente non crede alle cose che non sa spiegarsi.// Noi invece non cerchiamo di spiegarci le cose in cui crediamo.// La nostra è una vita semplice, primitiva.// Ci basta avere per tetto il cielo,// un fuoco per scaldarci e le nostre canzoni, quando siamo tristi.


Poesia scritta da Spatzo, un poeta sinto.


Tra L’Adige e la tangenziale, vicino a Piedicastello, si trova un luogo nascosto, coperto da una siepe come il “giardino segreto”. E’ come entrare in un altro mondo, dove i Sinti sono invisibili agli occhi dei gage ( i non sinti). Qui ci hanno accolti le famiglie di Alessandro e Cor, travolgendoci con la loro passione per la musica e la poesia e, attraverso dei racconti, hanno contribuito a creare un’atmosfera calda che sempre più spesso nella “nostra” società sta svanendo. Nel gazebo/veranda, riscaldati da una stufa, abbiamo trascorso dei momenti di condivisione nei quali i Sinti si sono aperti raccontandoci le problematiche connesse alla loro situazione. La principale di queste è sicuramente quella dell’energia elettrica. Eppure questo servizio, che a noi pare scontato, in una situazione abusiva e precaria come la loro è inesistente ma indispensabile per poter permettere le principali attività soprattutto per i bambini in età scolare. La loro richiesta, infatti, sarebbe quella di potervi accedere almeno nei mesi invernali, che sono alle porte, risolvendo altri due problemi: l’eliminazione del riscaldamento a gas e del generatore a benzina, riducendo spese e rischi e permettendo agli studenti di potersi preparare adeguatamente per la scuola. Infatti in questa ed in altre aree abusive la fornitura di energia elettrica è stata loro negata per problemi burocratici e per lo scarso interesse dell’opinione pubblica. Tutto ciò sembra inspiegabile, ma è la realtà che si trovano ad affrontare questi cittadini italiani residenti a Trento che sono stati obbligati al sedentarismo per permettere ai figli di andare a scuola ma sono costretti al nomadismo perché non accettati da una buona della società esterna che non li vuole attorno. Un possibile aiuto da parte delle istituzione potrebbe contribuire concretamente a migliorare la condizione sinta? Considerato il fatto che essi si sono già attivati in più occasioni per ribadire i loro diritti ed ottenerne il rispetto, spesso trovandosi di fronte ad un muro di gomma secondo noi la soluzione già c’è ma per vari motivi non vuole essere vista.

Non dovrebbe essere così difficile abbattere questo muro, basterebbe, come abbiamo provato a fare noi, togliersi gli occhiali del pregiudizio e tentare di capire che sono persone, come noi.


Alessandra, Elisa, Maddalena, Thomas

diario della notte 10 novembre

L'accoglienza di queste persone,la loro bontà,la loro semplicicità,fanno sì che io mi senta come a casa.. Anche se di fatto io tornerò ad abitare nella mia casa,mentre loro continueranno a vivere in uno spazio limitato e limitante che dovrebbe essergli concesso come diritto ma chissà per quale strana ragione invece,viene loro negato.. Parlare con queste persone,ricevere da parte loro dei doni,condividere dei momenti e sapere di poter contare su di loro in caso di necessità,mi ha fatto comprendere quanto basti davvero poco superare le proprie convinzioni e abbattere i muri del pregiudizio che alimentano paure e creano barricate.

 

C'è tensione.Io osservo Mirko e cerco di capire come muovermi.Allo stesso tempo mi sento osservata da chi fa parte del camper in questo momento.Mi rendo però conto di quanto siamo simili.La storia,i pensieri,la tachipirina sulla mensola.Molto simili

 

Taty

diario della notte 9 novembre

Anche noi sinti per un giorno.


 

Uno...iek, due...dui, tre...trin, è Alessandrino che conta per nonna Buciani quanti caffè mettere in tavola nel campo di Piedicastello, proprio a due passi dalla motorizzazione. Ci facciamo insegnare a contare.

Siamo qui per incontrarli, per conoscerci, per condividere una serata.
 Quando siamo arrivati per la nostra “giornata da sinto”, la tavola era imbandita come se dovessimo essere in molti. In effetti alla spicciolata abbiamo conosciuto una buona parte della famiglia di Alessandro. Ospitali, abbiamo mangiato assieme, parlato di cosa ognuno fa all'interno della comunità e nella sua vita privata, del loro lavoro e delle loro speranze, discorsi “normali” che stonano con la precarietà del posto in cui si sono fermati.
 Durante la serata abbiamo percepito la voglia di parlare della loro cultura, di non perderla: nei racconti della quotidianità, nelle canzoni e nelle particolari preparazioni dei cibi di tutti i giorni.


Vivono in Trentino da generazioni e nonostante la legge sulle microaree esista da tre anni non viene concretizzata.

L'esperienza che abbiamo avuto ci ha fatto riflettere su cosa significhi vivere in un posto che non ti appartiene, in un'incertezza che risuona nei ritmi delle chitarre attendendo una soluzione migliore.

Ringraziamo la famiglia di Alessandro che ci ha ospitato dandoci la possibilità di condividere la loro condizione di disagio che in fin dei conti è sempre stata ignorata.

 

Manuela (studentessa), Alan (studente), Giorgio (educatore) Fabio (studente)

 

diario della notte 8 novembre

INVISIBILI ANCHE NOI!

 

 

Ciao nostra cara e bella città di Trento,

questa notte abbiamo deciso di assaporarti in un nuovo abito da sera. Trascuriamo le tue discoteche, i tuoi bar e ci intrufoliamo, o meglio, ci immergiamo in uno stile di vita invisibile. Vicino alla motorizzazione alcune roulotte sono la casa di alcune famiglie sinte. Sono invisibili, mediaticamente e effettivamente, privi di corrente elettrica e di tutti i servizi di cui ogni persona usufruisce giornalmente. Dentro la roulotte ci sembra di essere in vacanza, in un campeggio ma appena usciamo ci rendiamo conto che siamo ospitate in un area abusivamente occupata da Alessandro, Kor e le rispettive famiglie. Gente che è nata e vissuta in trentino e che in passato lo girava suonando e vendendo prodotti artigianali in rame e vimini ma che oggi si dedica alla raccolta del ferro e alla ricerca di un lavoro e di una casa che nessuno gli concede, solo per il fatto di essere sinti.

Chiacchierando con loro davanti a una tazza di buon te, il via vai dei famigliari movimenta la serata rendendosi subito conto dell’importanza della famiglia allargata, dei rapporti umani e dell’ospitalità! C’è la voglia di farsi conoscere e di conoscerci, di regalare un poco della loro cultura e dei loro spazi. Spazi che nell’immaginario sono sporchi e in accoglienti ma che in realtà sono puliti, profumati e calorosi.

Che ti costa Trento renderli ancora più vivibili adibendo delle microaree con i servizi primari per queste famiglie cresciute nel tuo grembo? Queste famiglie sono disposte a pagare i beni di cui usufruiscono! Preferisci quindi lasciare a queste persone pochi diritti e pochi doveri non attuando la legge provinciale sulle microaree? Forse per paura di scombussolare la stabilità politica? Perché non prendi esempio da Bolzano e dimostri la tua maturità?

Questa notte siamo state gagi abusivi; per conoscere questa realtà e abbattere i tanti pregiudizi causati dalla mala informazione e dalla disinformazione e dimostrare l’interesse e la vicinanza alla cultura sinta!

 

Sara e Noemi (studentesse)